gianfranco-luzzettiGianfranco Luzzetti, classe 1932, è nativo di Giuncarico, piccolo paese nel cuore della Maremma toscana. Il lavoro del padre, ispettore del Dazio, lo costringe a spostarsi di paese in paese, luoghi che oggi riconosce nel territorio maremmano come molte piccole “patrie” a cui è legato.

Nella prima giovinezza, che coincide con i difficili anni della guerra, Gianfranco Luzzetti si stabilisce a Grosseto. La vita di provincia lo lascia ben presto insoddisfatto; è cosi che accetta un nuovo lavoro e si trasferisce a Roma, dove prosegue gli studi e si accosta timidamente al mondo dell’arte. In seguito approda a Milano dove termina il servizio militare e decide di stabilirsi affinché diventi la sua città d’adozione. Il capoluogo lombardo, culturalmente attivo e stimolante, in piena fase di ricostruzione post-bellica, offre al giovane Gianfranco allettanti proposte lavorative, come l’impiego presso la British Petroleum – colosso petrolifero approdato in quegli anni in Italia – che gli permette di compiere numerosi viaggi anche all’estero. La visione di prestigiosi musei e gallerie, ma anche di piccoli mercati dove ricercare oggetti antichi, contribuisce al desiderio di dedicarsi completamente all’antiquariato. Inizialmente inaugura un piccolo negozio in via Morone con la collaborazione di una collega, “passando  dall’oro nero ai fondi oro”, come oggi afferma scherzosamente; si accosta all’arredamento e alle arti decorative – mobili e maioliche – interessandosi poi alla scultura e alla pittura.

La ricerca del “bello” e del “meglio” lo portano ben presto ad un radicale cambiamento della professione, spostando il negozio nella zona più lussuosa della città: via Montenapoleone. È qui che avviene la conoscenza con le personalità dell’epoca, con i direttori dei maggiori musei del mondo, con grandi maestri (tra cui ricordiamo anche l’illustre Eugenio Montale che, affettuosamente, amava chiamarlo “toscanaccio”) che furono veri esempi di vita ed amici.

Comincia inoltre a partecipare attivamente ad importanti mostre: a Firenze, in Palazzo Strozzi; a Roma, in Palazzo Braschi; a Venezia, in Palazzo Grassi; ad Assisi, nel Sacro Convento di San Francesco; a Bologna, alla “Mostra Bella”; a Faenza e naturalmente a Milano in Palazzo Reale.

Se il capoluogo lombardo ha caratterizzato gli anni della formazione e dei primi importanti traguardi, quello toscano, dove si è trasferito dai primi anni ’80, ha qualificato la maturità professionale, portando avanti, con l’impegno e la dedizione che da sempre lo contraddistinguono, notevoli progetti ed incarichi.

Nell’antico palazzetto del ‘200 dove tutt’ora risiede, originariamente annesso alla contigua Torre degli Angiolieri, Gianfranco Luzzetti, ormai antiquario affermato su scala internazionale, allestisce una galleria nella sala del piano terreno, intrattenendo ospiti e clienti internazionali con i suoi modi semplici, ma raffinati, con la simpatica modestia di chi ha costruito la propria vita non improvvisando, ma studiando ed aspirando ad estetici ideali.

A Firenze contribuisce, inoltre, al rinnovamento della Biennale Mostra Mercato di Palazzo Strozzi e alla riscoperta e rivalutazione, insieme ad importanti storici dell’arte, tra cui Piero Bigongiari e Mina Gregori, di quel filone della pittura barocca a lungo dimenticato dalla critica sette – ottocentesca: il “Seicento Fiorentino”.

Sul finire degli anni Ottanta, mentre la collezione – arricchita ed accresciuta – inizia a prender corpo sulle pareti domestiche dell’antico palazzetto, l’antiquario comincia a pensare concretamente al destino della parte più significativa di essa. Il desiderio di un ritorno alle proprie origini, unito alla volontà di proteggere le opere dalla dispersione sul mercato o in altre collezioni, spinge Luzzetti a considerare il Museo Archeologico di Grosseto come idonea destinazione, albergo futuro delle sue “creature”, lontano dalle più prestigiose istituzioni museali toscane, sia fiorentine che senesi, ormai sature di opere e congestionate nell’allestimento degli spazi. Non solo opere pittoriche e scultoree, ma anche ceramiche Robbiane e pezzi d’arredamento di alta epoca toscana, per un totale di circa quaranta capolavori, andranno in futuro ad arricchire il patrimonio archeologico e storico-artistico della città, secondo la volontà del collezionista.

Tratto da “Maremma che vai” di Lucia  Ferri

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